I
Il freddo e il dolore svegliarono i miei sensi assopiti.
Lo sguardo si posò per primo sugli alberi spogli e la foschia opaca, riempiendomi fino alle ossa di un senso di desolazione.
Strisciando nel fango, vidi lontana la mia carrozza:
era ridotta a pezzi sparsi ovunque, tra i cespugli o nel terreno.
I miei viveri, oggetti, pozioni, erano quasi tutti ormai irrecuperabili, poiché distrutti dall'incidente o disperdendosi chissà dove.
Con grande sforzo mi alzai, ma parevo non avere nulla di rotto.
Avevo solo qualche scorticamento superficiale e una ferita al ginocchio che esaminai: non era troppo profonda, ma nemmeno così lieve da essere trascurata…
Zoppicai verso quel cumulo di macerie di legno, nelle quali per pura fortuna notai una pomata ancora intatta nel barattolo, era perlopiù composta da erbe varie, capaci di lenire il bruciore e risanare ferite non troppo gravi; la spalmai e presi anche uno straccio avvolgendo per bene il ginocchio.
Recuperai anche la mia sacca, anche se per la maggior parte era svuotata essendosi aperta; ma il mio arco, un po' di viveri e qualche altro oggetto era rimasto.
Il minimo per durare un bel po’ di mesi, inoltre nella mia fodera c’era ancora il pugnale…
Ma se anche fosse andata peggio, avrei fatto di tutto per rimanere lì anni se necessario.
Certo, la situazione non era delle migliori comunque:
ero partito ben preparato, per poi vedermi ridotto così.
Tutto è iniziato da mio fratello Lavayell in realtà.
Fin da bambino è sempre stato curioso, avventuroso, a differenza di me, di natura più riservata.
Ma prima di arrivare a lui, dobbiamo fare un passo indietro.
Circa un anno fa, il nostro villaggio venne assalito da un branco di orchi:
percepisco ancora le urla della mia gente, il sangue sul terreno, corpi mutilati, case distrutte e le fiamme che inghiottirono la nostra tranquillità e ogni speranza.
Ricordo i volti di quei mostri sadici, il loro muso insanguinato: si nutrivano dell nostra carne, compresa anche quella di donne e bambini.
Ringrazio di essere ancora vivo, ma la visione di quelle persone uccise e mangiate vive davanti a me, sono fantasmi che mi perseguiteranno per sempre.
Noi pochi sopravvissuti, con quel che rimaneva, decidemmo di spostarci altrove.
Nonostante le poche carrozze rimaste inoltre, bastavano per portare tutti quanti.
Vivemmo da lì in poi come nomadi, cercando di dimenticare quei giorni, trovare un posto in cui ricostruire la nostra casa.
Lavayell da allora non è mai più stato come prima: non rideva, non aveva più quella luce nel volto, ma un’oscurità che lo dilaniava persino più di me, ne sono certo.
La sua unica consolazione era avere il nostro sostegno: in fondo tutti avevamo un peso simile.
Finché un giorno, sorridente, mentre ero al falò a cucinare uno stufato per cena, mi disse ciò:
<aneld, buona notizia, presto tutto questo finirà e insieme potremo far rinascere il nostro villaggio>
<...cosa intendi dire?>
< Il vecchio Oke mi ha parlato di qualcosa di assai interessante: il Bosco degli Sguardi, nel quale si racconta che in esso si trovi un tesoro, grandi ricchezze, grazie a ciò ricostruiremo tutto, ridaremo vita al villaggio e potremo scordare le nostre angosce.
Nostro padre ce ne parlava anche quando eravamo bambini se ricordi...>
<sì…
E diceva anche che da esso pochi siano tornati vivi.
Non penso sarebbe una buona idea, specie nelle nostre condizioni.>
<condizioni che peggiori di queste e di quel giorno, non posso essere.
Non abbiamo nulla da perdere ormai, se raduniamo altra gente, riusciremo a trovarlo.
Ci armeremo, insieme possiamo farcela.>
<abbiamo poche armi e anche fosse, non vale la pena buttare così il dono della vita, siamo ciò che rimane di questa gente, morire sarebbe un disonore a chi non è più qui.
Troviamo un’altra soluzione.>
Lavayell stette in silenzio per qualche minuto, fissando il fuoco, come per cercare una risposta in esso.
< Siamo già morti nello spirito.
La malattia e la fame, presto ci ammazzeranno tutti quanti e io non starò a guardare.>
In quel momento avevo la risposta…
Ma in fondo che dovevo dirgli?
In parte, potevo comprendere il suo dolore, eppure in quel momento, avrei dovuto dirgli qualcosa.
Avrei potuto averlo ancora con me.
Fu così che un giorno, fece un appello a tutti quanti, narrò della sua idea, di prendere i nostri carri, spendere i nostri ultimi denari per armi e cibo in più, in modo da andare a cercare questo fantomatico tesoro.
Nessuno approvò, ma in fondo non si arrabbiarono: lo presero per impazzito dal dolore.
Non disse nulla dopo l’accaduto, quasi come se non fosse mai successo.
Ma il mattino seguente, svegliandomi in tenda non lo ritrovai al mio fianco.
Il che era strano, di solito cominciavamo sempre la giornata insieme, alla ricerca di cibo e cercando di vendere ciarpame nei villaggi in zona.
Trovai accanto al falò spento una piccola pergamena, arrotolata alla bell'e meglio, con pochi semplici parole:
"Sono al bosco, tornerò."
La presi e la strappai in mille pezzi, per poi sedermi e prendere un respiro profondo per calmarmi.
Controllai il nostro carro dietro le tende, strano a dirsi non lo aveva preso, quindi intuii che fosse andato a piedi, per poi magari farsi dare un passaggio da un mercante.
"Ma perché? Avrebbe avuto più senso prenderlo."
Poi capii:
è ovvio che non l'avrebbe mai preso.
Guardai anche dentro il carro e aveva solo preso la sua parte di averi, che tenevamo in sacche varie.
"Stupido stupido stupido! Almeno dovevi prendere tutto il necessario, non preoccuparti per me.
A quel punto capii, che c'era solo una cosa da fare: andarlo a cercare.
Presi tutto l'occorrente, salii sul mio carro e diedi il via al cavallo.
Il viaggio durò un bel po' di ore, quasi tutto il mattino.
Una volta trovato, l'avrei riportato di sicuro fuori di lì, trovavo quell'assurdo viaggio una follia, per quanto ne comprendessi il dolore dietro.
In lontananza scorsi il bosco, era esteso e opprimente, tanto da farmi sentire sempre più insignificante mano a mano che mi avvicinavo.
Mi infilai nel sentiero principale, ma non feci in tempo ad andare avanti che udii un urlo: era come se risuonasse nella mente."
Frastornato, ciò mi fece perdere il controllo del cavallo, dallo scossone che sentii ero andato a finire su dei massi con le ruote, una se ne era incastrata in mezzo a due molto grosse (come notai anche dalle macerie), facendomi disintegrare al suolo fangoso, che già di per sé essendo scivoloso, creava non pochi problemi.
Ma non era tanto ciò ad angosciarmi davvero.
Quell'urlo…
Era di mio fratello.
II
Per fortuna ero ancora nel sentiero giusto, che proseguiva dritto verso il fitto bosco, il mio cavallo era ancora intatto, salii in groppa a esso e estrassi il mio pugnale, incidendo una croce sui tronchi:
in questo modo mi sarebbe bastato seguirle per tornare indietro, dato che sapevo bene che più avanti il sentiero sarebbe diventato più tortuoso e diramato in varie parti.
Andando avanti, notai che gli alberi erano di un colore marrone scuro da sembrare quasi nero pece, le foglie era come se morissero subito, resistevano per poco, creando un tappeto color cremisi, a causa della strana colorazione delle foglie.
Dai vari racconti si narrava che l'autunno e l'inverno nel bosco non finissero mai: a causa della sua aura negativa, gli spiriti dell'estate e primavera erano spaventati dal bosco.
Era la prima volta in effetti che osservavo alberi simili e di fiori o piante più colorite non ce n’era neanche l’ombra.
Persino le siepi, pur avendo normali foglie a differenza, presentavano il legname così scuro, forme contorte e particolari.
Il tutto era impregnato da nebbia, che donava all’ambiente un misto tra angoscia e inquietudine, che potevo sentire scavare nel mio animo.
Sembrava quasi di essere in un sogno surreale: aveva una flora tutta sua, una temperatura gelida che pareva abbassarsi di colpo appena entrati, potevi percepire la sensazione di essere fissato, come se qualcosa non quadrasse…
Persino il mio cavallo lo percepiva emettendo qualche schiocco e rallentando.
Ti capisco… -
Lo calmai parlandogli delicato e con leggere carezze, tenendo una mano stretta al mio pugnale, un po' per rassicurarmi anch’io, in quel posto lugubre.
<lavayel!>
Provai a urlare il suo nome, ma rispose solo il silenzio.
Tentai di chiamarlo varie volte ogni tanto, nel caso rispondesse.
E mentre ormai nel mio cammino mi era rimasta un poco di voce, vidi in lontananza, uno scheletro penzolante appeso a un ramo; era quasi come se mi fissasse chiedendomi di portarlo giù.
Che sia lui?
Guardandolo meglio notai su di esso macchie di gelatina verdastra il cui odore era così nauseante da arrivarmi in fondo alle narici, era un misto tra vomito e feci.
Il mio cavallo iniziò ad agitarsi alla vista di esso.
Calma, non è niente. -
Come impazzito mi catapultò all'indietro e cadetti di schiena.
Mi alzai a tentoni, ma non feci in tempo a destarmi che ormai era fuggito in lontananza, finché la nebbia non lo inghiottì, il mio unico compagno mi aveva abbandonato.
La mia frustrazione durò per poco notando quello che avevo davanti però: migliaia di altri scheletri appesi, in tutto il bosco; ce ne erano ben più di uno.
Rimasi sconcertato da tale visione, tanto che pensai quasi di voler tornare indietro come il mio compagno destriero, lo ammetto.
In un gesto istintivo mi guardai indietro e notai che i segni che avevo fatto sugli alberi erano scomparsi, spariti da soli, come se non fossero mai esistiti.
Come se non bastasse ormai ero nella parte più profonda del bosco, dove i sentieri ormai avevano preso una piega indecifrabile e il numero di alberi aumentava, rendendola sempre più fitta.
Solo disgusto e orrore in quel momento impregnavano ogni strato del mio essere, ora avevo due problemi:
non solo ritrovare mio fratello, ma anche ritrovare la strada di ritorno.
In ogni caso continuai ad avanzare, gli alberi erano aumentati ancora, tanto che di pezzi di cielo ne potevo oscorgere ben poco.
Un silenzio anormale, nessun animale, nessun essere vivente a parte vegetali a quanto pare.
Sentii però un rumore, mi girai indietro, un cespuglio che si era mosso.
Che sia qualche strana creatura?
Tremando presi subito il mio pugnale in mano.
<chi va là?>
In risposta da dietro a un albero mi apparve a un vecchio, ricurvo, il naso grosso, i capelli lunghi e grigi, pieni di sudore e sudicio, semplici stracci, magro, quasi scheletrico, forse per via della fame e del freddo.
Si trascinava a stento, gli mancava il piede e potevo notare sporgere l’osso.
I suoi occhi azzurri mi scrutarono:
erano l’unica parte di esso ancora viva e candida.
Gli puntai il pugnale e rimasi in guardia.
<chi sei?>
<...Burmen>
Mi rispose in un sussurro.
<cosa ci fai qui?>
<i miei compagni…>
<cosa?>
Chiuse gli occhi e tremolante, cadde a terra tramortito, in mezzo a fango e foglie.
La mia paura si tramutò in compassione, così lo avvolsi in una coperta e gli esaminai la gamba: aveva un’infezione.
Non avevo grandi conoscenze mediche, ma potevo almeno migliorarne le condizioni; presi la pomata e gliela applicai sulla ferita, per poi avvolgerlo in uno straccio.
Nel frattempo presi un pentolino, grazie a dio avevo la pozione di drago, che permetteva se applicato a qualsiasi cosa di dare vita alle fiamme, senza di esso mi era impossibile vista la legna bagnata e umida.
Presi un mucchietto di ramoscelli, aprii la boccetta per far scendere una goccia e le fiamme si svegliarono, dandomi ristoro e un po' di calore.
Un’ora dopo il vecchio si destò e gli porsi una zuppa, con funghi che avevo trovato, se non altro qui ne crescevano molti.
<grazie…>
Il sapore fece scintillare i suoi occhi e iniziò a mangiarne con foga.
<molto buona, ma come hai acceso il fuoco?>
Gli porsi la boccetta.
<oh… Questa viene dal regno di Orevar.>
<come lo sai?>
<vivevo lì ragazzo, penso conoscerai la nostra fama.>
<sì ho memoria.
Ci sono passato anni fa a scambiare merci varie, tra cui quella pozione.
So che siete noti nell’uccidere creature malvagie, per poi rivendere le loro spoglie sottoforma di pozioni, armi e oggetti incantati perlopiù.>
<esatto.>
<intuisco allora lei sia venuto qui per cercare tali creature…>
<e il tesoro.>
<immaginavo, ma non è un po’ anziano per la sua età?>
Mi fissò un po’ offeso.
<un guerriero di Orevar combatte fino alla morte ragazzo, questo corpo ancora respira, fino ad allora andrò avanti.>
<non vedo armi però, né armature…
Se posso sapere inoltre, cosa le è successo al piede?>
<vista la mia situazione penso tu possa capire come mai.>
In effetti aveva ragione e evitai l’argomento, onde evitare di offenderlo ancora.
La notte si avvicinava e per un po' stemmo zitti, finché non ruppi il silenzio.
<come si fa a uscire di qui?>
<l’unico modo è trovare il tesoro, nel quale vicino si trova un’uscita.>
Non lo sapevo…
<nessuna alternativa?>
<nessuna.
Ma non sei venuto dunque per il tesoro?>
<no, sto cercando mio fratello.>
<come si chiama?>
<lavayell.>
<oh, capisco.>
Il suo sguardo si fece pensieroso, come per afferrare un ricordo.
<comunque, ci conviene spegnere il fuoco e rifugiarci nei cespugli.>
<perché?>
<questo bosco è ben più che inquietante.
Vi vagano al suo interno, nelle parti più profonde, creature del demonio, le quali tremo solo a descriverti.>
<ma ha davvero senso metterci nei cespugli?
Ci troveranno comunque.>
<no, è difficile, non hanno sensi sviluppati credo, si affidano molto alla vista, quindi nascondersi è perfetto.>
Ascoltai il consiglio di Burmen.
Il terriccio era bagnato, ma si stava abbastanza caldi tra le foglie.
Pensai a mio fratello, al villaggio, gli orchi, la lettera che avevo strappato, il bosco.
Ma quel senso da malinconia, in qualche modo, fu placato dal sonno:
sognai il sorriso caldo del Lavayell di un tempo, eravamo nel nostro villaggio, nella nostra semplicità, non avevamo bisogno di nient'altro.
III
Dopo circa due ore, uno strano odore pungente disturbò il mio sonno.
I miei occhi si schiusero e il chiarore della luna filtrava tra le foglie,
Sbirciai tra di esse, ma invece che ammirare quest'ultima ciò che vidi per poco non mi fece urlare:
una creatura, che contemplava la luce lunare, in una sorta di danza macabra, svolazzava per aria come se fosse sott'acqua.
Aveva la forma di un enorme occhio gigante grande circa quanto il mio carro si spostava placido tra gli alberi, con dietro di essi dei tentacoli neri, viscosi, i quali ondeggiavano,producendo un rumore gelatinoso che mi faceva rabbrividire.
Da dietro il mostro vidi qualcosa di raccapricciante: una bocca circolare dentata, la quale si apriva e chiudeva di poco.
Si guardava attorno, curioso con quell’iride gigantesca, color castano.
Ciò che mi inquietava di più non era tanto solo il suo aspetto, ma la calma con cui si muoveva, il suo essere così simile a un normale occhio umano, in contrasto con l’orrore sul resto del corpo.
Svegliai a bassa voce Burumen
<dobbiamo allontanarci di qui…>
<non ha alcun senso uscire, mantieni la calma se stiamo qui non succederà niente.>
L’occhio si fermò un momento, percepii dei rumori strani fuoriuscire da quella orribile bocca, una sorta di grosso tentacolo fuoriuscì da essa, quasi vomitandola, era abbastanza lungo, grigiastro, forse più o meno il doppio degli altri tentacoli, la punta di esso terminava con una sorta di bozzolo di carne, formato da pori sparsi in tutto esso, pulsava un poco, forse era un modo per rintracciarci?
Che abbia capito che ci sia qualcuno?
Si diresse verso altri alberi distanti da noi, cercando tra le siepi, probabilmente vedendo l'accampamento col fuoco e le tracce sul terreno, aveva capito che c’era qualcuno.
Merda.
<cos'è quella roba?>
< Non l'ho mai visto prima su questi mostri…
È più grande rispetto agli altri e l'iride non era castana…>
Presi il mio zaino e tirai fuori i miei vari oggetti in fretta.
<ragazzo, cosa stai facendo!? Cosi ci troverà.>
<come hai detto tu stesso è diverso dagli altri, ci troverà in ogni caso, quel tentacolo mi da un brutto presentimento.>
<fermati! Non hai idea di cosa è capace!>
Ad un tratto il bozzolo di carne vibrò in risposta ai rumori, l’enorme occhio si girò verso di noi e con uno scatto rapido si diresse a volarci addosso.
Presi il mio arco e prendendo la mira, diedi la prima scoccata, ma spostandosi di appena qualche frangente, schivò la freccia.
Sembrava passassero ore, eppure stava succedendo tutto in pochissimi attimi.
Non usavo l’arco da un sacco di tempo, a caccia non riuscivo tanto spesso visto che girando qua e là non sempre trovavamo molti animali ormai, per cui mi ero un po’ arrugginito.
Le mani tremavano, ma alla fine presi ancora la mira e scoccai di nuovo.
Un urlo stridente, risuonò dalla creatura che si fermò di colpo.
L’avevo preso quasi vicino all’iride e del liquido trasparente, sangue credo, usciva dalla ferita.
Non perdetti tempo e continuai a riempirlo di frecce, in preda all’agonia quell’essere era bloccato dal dolore.
Il tentacolo gigante dietro di esso, cominciò a vibrare ancora e all’improvviso nella mia testa sentii una sorta di fischio acuto, Burumen sì tappò le orecchie, ma ciò era inutile.
L’occhio riprese a dirigersi verso di noi, anche se più lento approfittò di ciò per avvicinarsi, provai a scoccare altre frecce ma un giramento di testa aveva peggiorato la mia mira, ero come ubriaco,
Ormai l’Occhio era a pochi piedi da noi, mentre io continuavo a dimenarmi a dal dolore di quel fischio.
Così quindi morirò?
Ad un tratto Burumen, con le sue ultime energie andò si buttò addosso al mostro, poco prima che arrivasse verso di noi, il suo corpo consumato gli si buttò addosso.
<vecchio!>
Un tentacolo lo afferrò, stringendolo con forza in vita, ma Burumen mi guardò con un leggero sorriso, quasi non sentisse dolore.
<scappa e ritrova tuo fratello.>
<ma…>
<anche io avevo un fratello sai? Eravamo arrivati qui insieme agli altri.
Presto potrò rivederlo.>
Una lacrima pura e delicata, scese da quel volto sporco e consumato, l’Occhio portò Burumen verso la grande bocca dietro e lo ingerì in una volta sola in pochissimo tempo, quel pover'uomo non fece neanche in tempo a urlare.
Sembrò tentennare un attimo, emise strani rumori e lo vomitò fuori:
di esso non rimase che liquido verde e ossa.
Quell’orribile visione mi aveva congelato, per un attimo fui incapace di muovermi, ma appena si girò, venni mosso dall’istinto di correre e basta, mentre ancora la creatura si stava riprendendo dopo il suo pasto.
Continuai a correre abbandonando gran parte dei miei oggetti in quel dannata sacca e inoltre non avevo più frecce.
Dopo pochi tratti che parvero infiniti, mi sedetti sotto un albero, pare fossi riuscito a sfuggire.
Strisciai sotto una siepe, iniziai a piangere, tra fango, sudore e lacrime, mi addormentai.
L’indomani, mi svegliai con banchi di nebbia più spessi del previsto; avevano lo stesso tono del mio stato d’animo: i miei passi erano lenti e ogni tanto dovevo prendere fiato.
Ero un automa che cercava solo di sopravvivere.
Continuai a camminare nel fitto della foresta, dove mano a mano gli alberi aumentavano; al centro di esso, nel cuore, era dove si trovava mio fratello, ne ero sicuro.
Notai alcuni scheletri sistemati in bizzarre forme, ossa l’una sull’altra, quasi come se gli Occhi trovassero divertente montarli in statue dalle varie forme grottesche.
Alcuni teschi erano messi ammucchiati a mo di piccola montagna, altri ancora erano messe insieme a formare con pezzi di legno totem, statue, spaventapasseri a due-tre teste, altre ancora parevano voler rappresentare scene, combattimenti, data la posizione particolare degli scheletri;
ma quelli che mi rimasero impressi furono quelli a cui erano state scambiate parti del corpo : nella maggior parte dei casi mettendo gambe nelle braccia e viceversa, la testa sotto il bacino e tante altre disposizioni una più intricata dell'altra.
Forse ero ormai impazzito, non capivo nemmeno se rimanerne affascinato o meno.
Mangiai una pagnotta, uno degli ultimi cibi che avevo, il quale mi era rimasto in tasca.
Di acqua speravo bene di trovarne da qualche parte, ma con l’umidità forse potevo recuperarne da qualche goccia di rugiada nelle foglie.
Fratello…
I miei muscoli si contrassero, ebbi un sussulto e mi guardai attorno.
<lavayell…?>
Che gioia.
Sentivo la voce di mio fratello, per qualche ragione risuonarmi nella testa.
<che è successo? Perché mi parli…>
Aneld, sai cos’è il paradiso?
<dove sei? Ti ho cercato a lungo… Perché sento la tua voce in testa?>
L’Occhio del giorno prima, si parò davanti a me con la sua grossa figura tra la nebbia, sanguinava ancora per le frecce che avevo inferto.
Una domanda alla volta, specie mentre hai appena ridotto così tuo fratello.
<e tu saresti mio fratello!? Non sono così stupido, bastardo!!!>
Gli puntai contro il pugnale pronto a colpirlo ancora.
Hai paura, lo vedo da come tremi.
<giuro che ti ammazzo.>
Sono dentro di Lui, Aneld, sono asceso a una forma superiore del mio essere in questa creatura.
Potrà sembrarti strano, ma è meraviglioso.
Solo un’eterna beatitudine.
<sei un bugiardo…
Mio fratello non direbbe mai una cosa del genere, specie per il nostro villaggio…
Specie dopo tutto questo.>
Sospirai.
<muori.>
In preda alla furia iniziai a saltargli addosso e accoltellarlo.
Uno stridio risuonò nella creatura, si divincolò e mi buttò a terra ma ormai era troppo tardi, le ferite erano troppo gravi.
Potevo vedere quell’ammasso di carne contorcersi ed emettere un verso gutturale, ripetendolo più volte con un tono assai profondo che risuonò ovunque, per poi accasciarsi a terra ormai senza vita.
Sentii movimenti tra i cespugli e in lontananza occhi che si muovevano tra la nebbia.
Un richiamo.
In poco tempo, una ventina o più di quei mostri mi erano attorno.
L’unico Occhio che avevo incontrato non era che niente, erano ben di più.
Iniziarono un paio a volarmi addosso, cercando di colpirmi con i tentacoli, fu tutto in un’attimo, presi il pugnale e ne tagliai qualcuno, prendone però un altro addosso al petto che mi scaraventò contro un albero, potei percepire una fitta nelle costole.
Forse se ne era anche rotta qualcuna…
Anche senza forse.
<e così voi sareste i suoi compagni, volete vendicare il vostro capo.>
In risposta, dei versi agghiaccianti mi risposero.
<bene.
Non morirò di certo senza lottare.>
Me ne arrivò un altro addosso, spostandomi con rapidità, riuscii a schivarlo e mi misi a correre nonostante il dolore.
<forza…>
Mi fermai un attimo, il dolore era troppo forte.
Ad un tratto uno di essi arrivò in tempo per afferrare una gamba e mettermi a testa in giù, mi cascò la maggior parte degli oggetti in tasca.
La cosa particolare era il loro sadismo, sapevano bene di avermi in pugno, ma volevano farmi soffrire il più possibile.
Emisero dei versi acuti, parevano festeggiare la loro vittoria.
Il mio corpo e la mia mente erano in frantumi, con le ultime forze brandivo il pugnale alla cieca, ma ben presto mi privarono di esso buttandomelo a terra e bloccando braccia e gambe.
Ormai era troppo tardi, stavo per entrare nella bocca di uno di quei mostri.
Potevo vedere all’interno i denti disposti in circolare, l’odore nauseante, un ammasso di interiora disgustoso rossastra all’interno e nonché la mia futura tomba.
Infilò per prima una gamba, me la richiuse dentro, masticandola, senti dentro come un acido che la corrodeva.
Voleva torturarmi.
Inizia a strillare e cercai di dimenarmi invano.
Aspetta.
Per terra vidi la boccetta per accendere il fuoco, a quel punto balenò in me una folle idea, ma l’unica.
Cercai di tirarmi avanti nel tentativo di afferrarla.
Potevo sentire la mia gamba staccarsi, la carne, ossa e legamenti strapparsi in filamenti.
Con non poco dolore e con un’ultima spinta improvvisa afferrai la boccetta e cadetti a terra.
I tentacoli sui polsi persero la presa, scivolando a causa del loro vischiume.
Steso a terra, mi vennero di nuovo addosso per introdurmi nel pasto.
Fu un gesto automatico: aprii il tappo e schizzai il contenuto ovunque, senza curarmi di dove e come, subito vennero fiamme, vidi soltanto un rossore accendersi su quelle creature e il mio corpo esamine a terra circondato da un regno di fiamme.
Le mia sofferenza accompagnò la loro.
Finché il dolore così acuto e insopportabile non lo percepì più.
C’era soltanto un’eterna pace.
IV
Calore.
Aria.
Colori.
C’era una distesa di prato infinita, nient’altro, una pace e una leggera frescura accompagnata dal vento.
Il sangue macchiava il prato e mi trascinavo a stento zoppicando con un bastone.
Aveva perso una gamba, ma era ancora vivo, in qualche modo ero fuori.
In lontananza vidi un carro e lo chiamai in lontananza.
<che ti è successo!? Stai bene?>
Neanche il tempo di rispondere che caddi al suolo sfinito, feci solo in tempo a vedere l’uomo correre verso di me.
Aprii di nuovo gli occhi e attorno a me scartoffie, oggetti, casse, perlopiù cibarie mi circondavano.
Davanti a me il mercante era seduto e mi porse formaggio e pane.
<ben svegliato.
Tieni ti ridarà le forze.>
Non sentivo più fame da tempo, quando riduci il nutrimento al minimo, il corpo è come se cercasse di dimenticare la sensazione.
Ma appena avvicinai il cibo alle labbra, addentai con una voracità senza limiti.
I giorni trascorsi lì ormai mi avevano fatto dimenticare il piacere di un buon pasto.
Percepii una fitta alla gamba destra, ma faceva molto meno male di prima, era fasciata.
<ti ho medicato appena ti ho portato nel mio carro, per mia fortuna porto sempre dietro la mia sacca con oggetti medici o pozioni curative, di questi tempi non si sa mai.>
<...per quanto ho dormito?>
<ti ho trovato nel primo pomeriggio, adesso siamo quasi al tramonto, quindi direi molto tempo.
Come ti chiami?>
<lavayell.>
<theo, piacere.>
Gli strinsi la mano debolmente.
<hai perso molto sangue Lavayell, ho dovuto usare sostanze magiche o saresti morto sia per quello, che per il dolore.
Come mai eri nel Bosco degli Sguardi?
Miracolo che tu sia ancora vivo.
<la mia gente…>
Toccai la sacca grande dietro di me.
<per questo.>
<non mi dirai che… sei riuscito a prendere il tesoro!
Nessuno ci è mai riuscito, posso vedere?>
Annuì e Theo osservò l’interno della sacca.
Gemme, oggetti dorati, collane, ogni ricchezza possibile.
<e non è nemmeno tutto…
Questa è solo una parte.>
<incredibile, davvero incredibile.
Vorrei raccontarti come sei riuscito ma suppongo sarai stanco.
Da dove vieni? Ti riporto a casa.>
con il filo di voce rimasto, diedi le varie indicazioni al mercante e verso tarda notte arrivammo all'accampamento, per mia fortuna non si erano ancora spostati.
<eccoci qua.>
Fissai quel piccolo e triste luogo.
Sorrisi.
Presto tutto sarebbe cambiato.
<tieni>
Gli porsi un rubino.
<ti ringrazio Lav’, ma fai finta sia in giro gratuito…>
Theo tentennò per un attimo, come a percepire qualcosa nel rubino.
<non voglio niente avere a che fare con quel posto.>
Diede il via ai cavalli e si allontanò lasciandolo lì.
Un tizio in una capanna svegliato dal rumore mi vide.
<ragazzi! E’ tornato!>
La gente del villaggio accorse e buttai il sacco a terra, mostrando tutto l’oro.
<come vedete, sono riuscito.>
<come hai fatto!?>
<la gamba…>
<impossibile.>
Li zittì.
<dov’è mio frattello?>
<adel è andato a cercarti.>
<sparito senza dire niente…>
<vado subito a riprenderlo.>
<fermo.>
Il vecchio Oke emerse dalla folla.
<riposati per bene e raccontaci prima, sei ridotto a uno straccio.>
Mi sedetti vicino al fuoco e raccontai la mia avventura.
<...Arrivato al centro ciò che trovai era una montagna di ricchezze, gioielli, oro, diamanti, qualsiasi cosa immaginabile.
Però proprio mentre prendevo più cose possibile, migliaia di quelle mostruosità di cui vi avevo citato prima, mi avevano circondato, stavano per mangiarmi, una di esse aveva iniziato dalla mia gamba, procedendo nel farmi soffrire in atroci agonie….
Eppure successe qualcosa di incredibile :
nel mentre in un punto del bosco in lontananza, fiamme voraci stavano bruciando tutta la foresta.
Le creature si allontanarono, attirate da essa lasciandomi lì sanguinante.
Per pura fortuna quindi, riuscii a sopravvivere, senza una gamba e all’estremo delle mie forze.>
Una lacrima mi percorse il viso, rendendomi conto di ciò che era successo, collegando i vari pezzi.
<mio fratello.
Era lui quindi.>
<mi dispiace Lavayell…>
Disse Oke.
Un ghigno si stampò sul mio volto e fissai quel rubino:
per qualche ragione, rigirandolo tra le dita, percepivo una sorta di beatitudine e potere, che faceva dimenticare il mio lutto.
<È tutto ok.
Il suo sacrificio non è stato vano.>