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Ligea Le sue labbra erano carnose, contornate dai peli di barba ispidi, il suo sapore era viscido, prepotente, impregnato di alcol, mentre le sue forti braccia le stringevano la vita sottile. Aveva 12 anni, era il suo primo bacio. E glielo diede suo zio. Eppure, vedeva questa scena come spettatrice: una bambina macchiata di impurità, che guardava affondare nell'oblio, senza alcun dispiacere. Quando le capitava questa immagine, più che angoscia provava fastidio, bastava poco per scacciarla: una semplice boccata di sigaretta, dissolveva quel ricordo. 《... insomma, penso tu possa essere un ottimo soggetto per il mio prossimo quadro, vorrei dipingerti… Capito? Ligea?》 Spostò il suo sguardo su Allan, come se fosse appena comparso davanti per caso, al posto di quell'uomo robusto, che la violava. Tirò un'altra boccata. 《Ci penserò.》 《Fai sempre così?》 《Così come?》 Allan ghignò. 《Sembra quasi… Tu non ci sia quando ti parlo, ecco.》 《Magari.》 Inarcò un sopracciglio, per poi fissarle per un secondo il seno: se la sarebbe scopata volentieri. 《Capito… Allora fammi sapere, penso ne uscirebbe qualcosa di accattivante. Sei una gran bella donna, da modella immagino non manchi il fartelo notare, ma ecco, come posso dirlo… C'è qualcosa dentro di te, che voglio trasmettere sulla mia tela.》 《E cosa avrei dentro?》 Sì alzò, lasciando banconote e monete tintinnare sul bancone di marmo. 《Lo scoprirai, se accetterai.》 Ligea fissò il denaro che aveva lasciato. 《Sai che non ho bisogno che tu mi offra da bere.》 《Lo so. Vedilo come un omaggio "alla mia musa ispiratrice".》 Le prese la mano, baciò delicato il dorso, poi scomparve in mezzo alla folla e l'odore del gin che impregnava il pub. In un angolo più angusto, si udivano le grasse risate, di uomini consumati che giocavano a biliardo, nel tentativo di soffocare la loro miseria: uno di loro aveva la pelata che rifletteva sotto le lampade e lo trovò buffo. Si tirò su il cardigan e spense la sigaretta premendola contro il posacenere; osservò il mozzicone tra le dita e per qualche ragione, le ricordò Allan. Si diresse verso l'uscita, mentre lupi affamati, la desideravano con lo sguardo: c'era lussuria nelle loro anime, quando la desideravano, anche l'uomo più onesto, era affamato delle sue carni; bestie assassine, pronte a nutrirsi di una preda indifesa. Ormai era notte fonda e i vicoli avevano brutte facce, ma per fortuna, la sua villa non era molto lontana da lì: ed era anche facile da riconoscere, con quel suo stile vittoriano. Arrivò davanti al cancello e entrò potendo ammirare davanti a sé, l'immenso giardino; la strada principale portava verso la fontana, circondata da cespugli tagliati con cura, le direzioni poi si diramavano. La strada di destra portava verso un orticello, alberi di mele, arance e ciliegie; ma la parte di sinistra era la sua preferita: il roseto, nel quale leggeva durante il primo pomeriggio oppure per rilassarsi e basta. Si diresse verso le grandi scale, che portavano al portone, al quale bussò. 《Suzanne, sono io.》 Sentì il rumore dei passi e chiavistelli aprirsi. 《Bentornata Signora Stafford.》 《Preparami un bagno caldo Suzanne, ne ho proprio bisogno.》 《Mi vuole dare anche la giacca?》 Ligea gliela porse e salì verso la grande scalinata di destra, che portava verso il piano di sopra per andare in camera; l'ingresso invece era perlopiù immerso da quadri di pittori che nemmeno lei conosceva e qualche statua particolare. Vivere in uno spazio così grande, la faceva sentire sola a volte, per quanto la sua serva si prendesse cura della villa e fosse sempre in giro a svolgere le faccende; ma ciò non contava. Era sempre sola, triste e bella, in qualsiasi spazio si trovasse. Nella sua camera si trovava un piccolo comodino, munito di specchio e un piccolo sgabello. Osservò il suo viso dalla pelle diafana, le labbra piene, ma non troppo; aveva i capelli lunghi e neri, in contrasto con i suoi occhi grigi, quasi di ghiaccio: si piaceva e non lo nascondeva neanche; passava a volte anche ore davanti allo specchio, imbevendosi del nettare della vanità. Si spogliò e si osservò nuda, accarezzando il suo seno e le sue cosce, le forme del suo corpo, nel quale ogni uomo rischiava di perdersi e non tornare più indietro 《Le ho preparato l'acqua calda, ho anche il suo… Oh. Mi scusi.》 Suzanne tenne basso lo sguardo, porgendo l'accappatoio. 《Guardami.》 Le prese il mento e le accarezzò la guancia destra. 《La ringrazio signora Stafford.》 Suzanne sorrise e Ligea prese l'accappatoio, andò verso il bagno, lo posò vicino alla vasca e si immerse nell'acqua calda. Sui lati aveva delle candele profumate e dei petali di rosa galleggiano sulla vasca: sicuro Suzanne non le faceva mancare niente. 《Toc toc.》 《Sì?》 《Signora Stafford?》 《Dimmi.》 《Le preparo anche un té?》 《Sì, una camomilla.》 Impugnò una spugna e se la passò per tutto il corpo con cura: forse anche per togliere quegli sguardi al pub. E anche quei ricordi. Pensava a molte cose mentre era nella vasca, in particolare alla sua vita: ricordava a malapena suo padre, dato che abbandonò lei e sua madre per un'altra, il che ai suoi occhi, lo rendeva un verme. Una nullità. Poi suo zio… E tutto si faceva frammentato, appannato; occhi, labbra, mani che afferravano, tutto ritornava vivido fino ai 16 anni, età in cui abbandonò gli studi e venne notata da un amico di sua madre, che era fotografo. E da lì iniziò tutto. Si chiedeva a volte se meritava tutto questo, solo per la sua bellezza… Ma alla fine, importava davvero? Dopo un po' che ebbe finito, si mise l'accappatoio e raccolse i suoi capelli in un asciugamano. Scese in cucina e si sedette a tavola, mentre la serva le mise davanti il té e anche qualche biscotto fatto in casa su un piccolo vassoio: Ligea ne prese in mano uno e lo spezzò in due, per poi masticarne un pezzo. 《Allan. Oggi ho incontrato ancora Allan.》 《Il pittore?》 《Il pittore. Vuole dipingermi.》 《E lei cosa ne pensa?》 Ligea sorseggiò il té e sorrise spezzando un altro biscotto. 《Che vuole anche altro.》 《Cioè? Se posso permettermi.》 《Scoparmi. Tra l'altro…》 Rise con fare provocatorio. 《...mi ha fissato il seno pensando non me ne accorgessi.》 《E lei che ne pensa?》 《Che sono molto ingenui, gli uomini.》 《Din don.》 Suzanne andò verso il portone, alzando la cornetta del citofono. 《Sì?Come? Ah… Aspetti, gliela chiamo…》 Ma Ligea era già dietro di lei e prese in mano la cornetta. 《Chi è a quest'ora?》 《Voglio dipingerti. 》 《Allan?》 《Posso entrare?》 Sorrise dentro di sé, era strano certo fosse comparso così all'improvviso, ma da un lato, per qualche motivo lo apprezzava. Mantenne comunque un tono composto. 《Sul serio? Adesso?》 《Devo.》 《...entra.》 Chiuse la cornetta e si voltò verso Suzanne, che era rimasta lì ferma ad ascoltare. 《Come ti ho detto: gli uomini sono molto ingenui.》 Gli occhi di Allan erano arrossati e i capelli impazziti: in realtà, la sua intera figura pareva immersa in uno stato di fermento, l'opposto della sua falsa sicurezza. Il piede sinistro batteva sul pavimento e aveva appoggiato la tela al suo fianco,in mano teneva ancora pennelli e varie cianfrusaglie, seduto sul tavolo della cucina, mentre Ligea, con le gambe accavallate finiva il suo té davanti a lui. 《È così che vivono la propria ispirazione gli artisti? Capisco cogliere l'attimo però…》 Allan emise una risata, a tratti amara, come se la sapesse lunga. 《Sì e no: è una follia razionale, un buttarsi nel vuoto senza sapere dove si andrà a finire.》 《Oh, non ti facevo così profondo!》 《...dove posso dipingerti?》 《Dove vuoi. Sei tu l'artista no?》 Si alzò in piedi e qualche pennello gli cascò a terra. 《Una camera da letto?》 《Ok.》 Ligea si accorse solo mentre andava verso la camera con Allan, che il sottile strato dell'accappatoio copriva appena la sua nudità: i capezzoli erano in rilievo; inoltre Allan era molto strano. Eppure non aveva timore, in qualsiasi situazione rimaneva composta. Si stese sul letto e Allan si mise sul lato destro sistemando la sua attrezzatura. 《Come mi devo mettere?》 《Così va bene.》 Borbottò tra sé e sé, come per elaborare qualcosa di complesso. 《Allora…》 Prese la matita, e disegnò le prime linee della bozza. 《Potresti… a-ah no niente.》 《Cosa?》 《Non vorrei…》 《Parla.》 Era la prima volta che lo vedeva in imbarazzo: era arrossito. 《L'accappatoio.》 《È una scusa per vedermi nuda?》 Nessuna risposta: Allan fissava il pavimento. 《Oh, d'accordo, d'accordo…》 Prese il cordone attorno alla vita e se lo sfilò delicata, con cura, emerse per prima la spalla, nel quale c'era un neo, fino a togliere tutto. 《S-sei molto bella.》 《Grazie.》 Non pareva imbarazzata, si sentiva a suo agio. I tratti iniziavano ad emergere: più fluidi questa volta, dalla mano dell'artista. Esplorava sulla sua tela, quella figura angelica, distaccata e introversa. Passarono le ore, era notte fonda ormai e Allan continuava con le pennellate: la moquette e i suoi vestiti costosi erano pregni di pittura, cambiava colore, mischiava, pareva un bambino alle prese con la sua più grande opera. 《Sono stanca di stare qui impalata… E domani ho un set fotografico, dovrei essere già a dormire.》 《Ho quasi fatto.》 Ligea sbuffò. 《È la quarta volta che lo ripeti.》 Allan batteva il piede a destra come per scandire un "ritmo" mentre dipingeva, pareva immerso, assetato. Ligea sbadigliò e si girò di schiena dall'altra parte. 《Ferma! Rimettiti in posizione!》 《Sono stanca, voglio dormire, continuiamo un'altra volta.》 《Ma non posso, devo prendere il momento, l'ispirazione e…》 《Oh fanculo Allan! Te e l'ispirazione… Lasciami dormire!》 Allan non rispose e rimase in silenzio fissando il pavimento, lei si girò con calma e fissò Allan: gli faceva quasi tenerezza. Con un dito fece dei cerchi invisibili nelle lenzuola. 《Senti.》 Sorrise. 《 Domani sera se ho tempo mi "concederò" di nuovo.》 《Va bene.》 《Ma oltre questo… Come mai sei venuto da me in questo stato?》 《Ho bevuto un po'.》 Disse guardando per qualche secondo il muro a destra. 《Ah sì?》 《Sì… Posso usare il bagno?》 《Certo.》 Allan si stiracchiò e strofino le mani sul volto, sbadigliando. 《Posso almeno lasciare tutto quì? Se non è un probema.》 Ligea annuì e si girò dall'altra parte, rifugiandosi tra le lenzuola. Allan uscì dalla stanza e le spense la luce. 《Notte Ligea.》 Ma ella non rispose, forse si era già addormentata: eppure percepiva una strana sensazione, come se nel buio stesse sorridendo. Scacciò quel pensiero e si chiuse in bagno: fissò il suo volto allo specchio, consumato, le labbra secche e i capelli arruffati. Si diede allora una risciacquata d'acqua gelida, rimuginò sulla giornata: qualcosa in quella donna lo attraeva il che lo inquietava e inebriava allo stesso tempo; forse perché l'attrazione stessa, ha una promessa di sofferenza con sé. Ma non era solo questo, era qualcosa di più, le aveva mentito quando le aveva chiesto il perché fosse in quello stato prima di darle la buonanotte. Si era svegliato nel cuore della notte, sognando Ligea o per meglio dire: di fare sesso con lei, in modo selvaggio, crudele, la stava forse… Violentando? Non lo sapeva o perlomeno, non voleva saperlo, di certo mai aveva avuto questi pensieri, eppure… Perché? Era un pensiero fisso, si rigirò nel letto più volte pur di scacciare l'immagine di Ligea che si radicava fino alle ossa: e alla fine arrivò lì, cercò di dipingerla, per il puro scopo di potere anche solo per poco, stare con lei. In un certo senso per lui dipingerla, era come poterla toccare, ma con l'anima, più in profondità. 《Toc toc.》 Allan si svegliò dal suo groviglio mentale e fissò la porta. 《Occupato.》 《Toc toc.》 《Ligea? Se proprio vuoi entrare fai pure.》 Allan aprì con calma porta. 《Prego. Scusa se sono stato tro…》 Un colpo. Un colpo secco gli arrivò dritto in capo, non fece in tempo a reagire o vedere il volto dell'aggressore: cadde a terra frastornato, il corpo tremava, il suo cranio era sfondato. I dolore per fortuna non durò troppo: morì lì, accadde tutto in pochi secondi, sul pavimento freddo di un bagno, senza spiegazioni, senza un perché. C'era più vivacità del solito in quella fredda giornata autunnale. Nonostante il gelo, i raggi di sole accarezzavano il giardino di Ligea. Era seduta su una panchina, mentre leggeva "Le montagne della follia" di Lovecraft, per l'ennesima volta. Il roseto la circondava e Suzanne innaffiava le piante. 《Ho fatto come mi ha chiesto signora Stafford.》 Ligea annuì continuando a tenere gli occhi fissi sul libro, poi si alzò, appoggiandolo sulla panchina e andando ad ammirare le sue rose. Ne prese una con cura. 《Carl.》 E poi anche altre, una ad una. 《Jonathan, Simon, Edgar, Fred e…. Allan.》 Si voltò verso Suzanne. 《Ora anche lui è qui con me, insieme agli altri… Ti sei assicurata di seppellirlo in profondità?》 《Certo signora.》 《Brava.》 Sussurrò a pochi centimetri dall'ultima rosa che aveva sfiorato. 《Staremo insieme per sempre Allan. Solo noi due. Per sempre.》 SPOILER (clicca per visualizzare) Sto continuando a scrivere, pur con i miei tempi un po' lenti, sto imparando a velocizzarmi e cercare di migliorare. In questo racconto pongo più attenzione sui dialoghi, dato che sono il mio punto debole. Critiche a riguardo (i dialoghi) e in generale sullo scritto le apprezzo molto, dato che un occhio esterno può vedere cose che non vedo. |
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Hai elaborato questo brano a partire dalla poesia che hai presentato nel contest "Il Signore dei Versi" oppure all'epoca avevi già in cantiere il racconto e la poesia ne rappresenta uno spin-off? Direi che il testo è scritto tutto sommato bene, la cosa che più mi ha distratto è stata la strutturazione grafica: i segni che aprono e chiudono i discorsi diretti non mi sembrano caporali; bisognerebbe evitare di andare a capo all'interno di un discorso diretto; la scelta di andare a capo dopo segni di punteggiatura come i due punti o il punto e virgola dovrebbe essere giustificata da esigenze particolari. |
Lost. ![]() Sorvolo la questione della formattazione perché, se non ricordo male, in un brano di Racconti sotto la Luna avevi detto che hai difficoltà con la digitazione. Non ricordo se fosse perché utilizzi una tastiera digitale, ma ricordo che avevi problemi in tal senso. Segnalo solo di non utilizzare la doppia spaziatura se non c'è un cambio di scena (come invece accade verso la fine e delimiti con una linea lunga). A parte quello, sull'andare a capo è già intervenuto ike, perciò nient'altro da segnalare. Passo ad alcune segnalazioni puramente da editor che riguardano più da vicino grammatica e sintassi. Non analizzo il brano per intero perché altrimenti mi ci vorrebbero un paio d'ore per fare un lavoro dettagliato, anche per un pezzo relativamente breve come questo. Qui i due punti ricorrono due volte consecutive (la scelta su come intervenire la lascio a te): CITAZIONE Eppure, vedeva questa scena come spettatrice: una bambina macchiata di impurità, che guardava affondare nell'oblio, senza alcun dispiacere. Quando le capitava questa immagine, più che angoscia provava fastidio, bastava poco per scacciarla: una semplice boccata di sigaretta, dissolveva quel ricordo. Rimuovere la virgola dopo "robusto" e aggiungere "le": CITAZIONE Spostò il suo sguardo su Allan, come se le fosse appena comparso davanti per caso, al posto di quell'uomo robusto Dopo i puntini di sospensione, a meno che non si tratti di nome proprio, lettera minuscola: CITAZIONE 《Sembra quasi… Se fosse un mio brano, modificherei la battuta così: 《Sembra quasi che tu… non ci sia quando ti parlo, ecco.》 Altro problema qui: CITAZIONE Inarcò un sopracciglio, per poi fissarle per un secondo il seno: se la sarebbe scopata volentieri. All'inizio siamo nella testa della protagonista, qui passiamo bruscamente al PoV del pittore. In questo caso non crea confusione, tuttavia è sempre meglio evitare il PoV ballerino: nel caso di un narratore interno (come in questo brano), anche qualora fosse variabile, è preferibile mantenerlo su un personaggio e cambiarlo solo quando si passa a un'altra scena. CITAZIONE Le prese la mano, baciò delicato il dorso, poi scomparve in mezzo alla folla e all'odore d Al di là della grammatica, volevo soffermarmi su questa frase per farti notare una questione importante legata alla struttura e alla costruzione della scena. Il problema è che solo dopo un'intera conversazione ci viene detto dove siamo, mentre l'unico indizio che viene dato è che si trovano in un luogo dove si beve e il "tintinnare sul bancone di marmo". Mancano però delle informazioni sensoriali più nette, come vista, udito e olfatto... insomma, dei dettagli che ci vengono forniti solo in chiusura della scena. Il che può portare il lettore a immaginare due persone parlare in uno spazio bianco (a la Matrix per intenderci). Basterebbe aggiungere dei cenni, anche all'interno dei dialogue tags dinamici (quelli che i filoaccademici chiamano "beat"), per suggerire alcuni particolari dell'ambiente, se non vuoi aprire il brano con una descrizione ma saltare subito nel vivo. La ritenevo un'osservazione importante per l'effetto complessivo di immersione. ![]() Come dicevo, analizzare tutto richiederebbe troppo tempo, perciò diamo un'occhiata ai dialoghi, che tutto sommato non sono male, anche se si possono ancora rifinire un po'. Ti segnalo qualche esempio per darti un'idea di come li cambierei io. CITAZIONE 《... insomma, penso tu possa essere un ottimo soggetto per il mio prossimo quadro, vorrei dipingerti… Capito? Ligea?》 《... insomma, penso che saresti un ottimo soggetto per il mio prossimo quadro… che ne dici? Ligea?》 CITAZIONE 《Capito… Allora fammi sapere, penso ne uscirebbe qualcosa di accattivante. Sei una gran bella donna, da modella immagino non manchi il fartelo notare, ma ecco, come posso dirlo… C'è qualcosa dentro di te, che voglio trasmettere sulla mia tela.》 《E cosa avrei dentro?》 Sì alzò, lasciando banconote e monete tintinnare sul bancone di marmo. 《Lo scoprirai, se accetterai.》 Ligea fissò il denaro che aveva lasciato. 《Sai che non ho bisogno che tu mi offra da bere.》 《Lo so. Vedilo come un omaggio "alla mia musa ispiratrice".》 《Capito. Allora fammi sapere, penso ne uscirebbe qualcosa di accattivante... dopotutto sei una modella. Ma non è solo quello, è che... c'è qualcosa dentro di te. Qualcosa che vorrei intrappolare nella tela.》 《E sarebbe?》 《Accetta e lo scoprirai.》 Ligea fissò il denaro che aveva lasciato. 《Sai che non c'è bisogno che tu mi offra da bere.》 《Vedilo come un tributo alla mia musa.》 Naturalmente nel dialogo, ancor più che nel discorso indiretto, è importante conoscere i propri personaggi. Per questo non posso modificare le tue battute più di tanto: non conosco abbastanza il tuo pittore per sapere se userebbe espressioni più ricercate, per esempio. Posso farmi un'idea dal testo, ma non sono io l'autore. Al di là di questo, forse l'avevo già fatto (se tendo a ripetermi mi spiace ) ma consiglio di leggere il "re" dei dialoghi, Elmore Leonard, in romanzi come La scorciatoia e Jackie Brown, ma in generale tutti i suoi lavori penso vadano bene per farsi un'idea. L'unico aspetto su cui lo bacchetterei (se fosse ancora vivo) è che talvolta esagera con botta e risposta troppo lunghi, rischiando l'effetto "teste parlanti".Un'altra personalità famosa che ha parlato bene dei dialoghi e che è molto critica (tanto da litigare spesso sul set con gli sceneggiatori) è l'attore Edward Norton. Ti consiglio caldamente di vedere, se non l'hai già fatto (se no riguardalo), il film Birdman, in cui praticamente Norton, tramite il suo personaggio, esprime le proprie osservazioni personali sui dialoghi nella recitazione e su come essi suonino spesso troppo artificiosi perché pieni di parole inutili. Ciò che dice però non è esclusiva di cinema e teatro, ma si può applicare anche allo scritto. La regola "evita parole inutili" è molto importante nel discorso indiretto, ma diventa un sacro comandamento in quello diretto. Spero di esserti stato utile! |
| Per me molto interessante, cattivello. Passi senza soluzione di continuità dal'essere "aulico" all'essere moderno, come linguaggio. Bella atmosfera, il che per me conta molto, sempre. |
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Hai elaborato questo brano a partire dalla poesia che hai presentato nel contest "Il Signore dei Versi" oppure all'epoca avevi già in cantiere il racconto e la poesia ne rappresenta uno spin-off? Diciamo che sì sono "collegati." Sono nati in "contemporanea", anche se il racconto nel mentre che scrivevo la poesia, era solo una bozza ancora. CITAZIONE Direi che il testo è scritto tutto sommato bene, la cosa che più mi ha distratto è stata la strutturazione grafica: i segni che aprono e chiudono i discorsi diretti non mi sembrano caporali; bisognerebbe evitare di andare a capo all'interno di un discorso diretto; la scelta di andare a capo dopo segni di punteggiatura come i due punti o il punto e virgola dovrebbe essere giustificata da esigenze particolari. Per i segni caporali purtroppo è dovuto alla mia tastiera e che ho tutto da tablet, non ho un pc per scrivere e mi arrangio con questo, anche se abbastanza scomodo (faccio anche spesso fatica soprattutto a rileggere essendo lo schermo più piccolo e con gli errori di battitura). Ora non so se facendo un'ispezione nella tastiera li trovo , però intanto cercherò una soluzione.Per il resto grazie, non ci facevo caso, in effetti era un gesto automatico, ci presterò più attenzione. |
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Lost. ![]() Sorvolo la questione della formattazione perché, se non ricordo male, in un brano di Racconti sotto la Luna avevi detto che hai difficoltà Sì è per la tastiera digitale e il resto che ho citato qua sopra. Passo ad alcune segnalazioni puramente da editor che riguardano più da vicino grammatica e sintassi. Non analizzo il brano per intero perché altrimenti mi ci vorrebbero un paio d'ore per fare un lavoro dettagliato, anche per un pezzo relativamente breve come questo. Qui i due punti ricorrono due volte consecutive (la scelta su come intervenire la lascio a te): CITAZIONE Eppure, vedeva questa scena come spettatrice: una bambina macchiata di impurità, che guardava affondare nell'oblio, senza alcun dispiacere. Quando le capitava questa immagine, più che angoscia provava fastidio, bastava poco per scacciarla: una semplice boccata di sigaretta, dissolveva quel ricordo. Rimuovere la virgola dopo "robusto" e aggiungere "le": CITAZIONE Spostò il suo sguardo su Allan, come se le fosse appena comparso davanti per caso, al posto di quell'uomo robusto Dopo i puntini di sospensione, a meno che non si tratti di nome proprio, lettera minuscola: CITAZIONE 《Sembra quasi… Se fosse un mio brano, modificherei la battuta così: 《Sembra quasi che tu… non ci sia quando ti parlo, ecco.》 Altro problema qui: CITAZIONE Inarcò un sopracciglio, per poi fissarle per un secondo il seno: se la sarebbe scopata volentieri. All'inizio siamo nella testa della protagonista, qui passiamo bruscamente al PoV del pittore. In questo caso non crea confusione, tuttavia è sempre meglio evitare il PoV ballerino: nel caso di un narratore interno (come in questo brano), anche qualora fosse variabile, è preferibile mantenerlo su un personaggio e cambiarlo solo quando si passa a un'altra scena. CITAZIONE Le prese la mano, baciò delicato il dorso, poi scomparve in mezzo alla folla e all'odore d Al di là della grammatica, volevo soffermarmi su questa frase per farti notare una questione importante legata alla struttura e alla costruzione della scena. Il problema è che solo dopo un'intera conversazione ci viene detto dove siamo, mentre l'unico indizio che viene dato è che si trovano in un luogo dove si beve e il "tintinnare sul bancone di marmo". Mancano però delle informazioni sensoriali più nette, come vista, udito e olfatto... insomma, dei dettagli che ci vengono forniti solo in chiusura della scena. Il che può portare il lettore a immaginare due persone parlare in uno spazio bianco (a la Matrix per intenderci). Basterebbe aggiungere dei cenni, anche all'interno dei dialogue tags dinamici (quelli che i filoaccademici chiamano "beat"), per suggerire alcuni particolari dell'ambiente, se non vuoi aprire il brano con una descrizione ma saltare subito nel vivo. La ritenevo un'osservazione importante per l'effetto complessivo di immersione. ![]() Come dicevo, analizzare tutto richiederebbe troppo tempo, perciò diamo un'occhiata ai dialoghi, che tutto sommato non sono male, anche se si possono ancora rifinire un po'. Ti segnalo qualche esempio per darti un'idea di come li cambierei io. CITAZIONE 《... insomma, penso tu possa essere un ottimo soggetto per il mio prossimo quadro, vorrei dipingerti… Capito? Ligea?》 《... insomma, penso che saresti un ottimo soggetto per il mio prossimo quadro… che ne dici? Ligea?》 CITAZIONE 《Capito… Allora fammi sapere, penso ne uscirebbe qualcosa di accattivante. Sei una gran bella donna, da modella immagino non manchi il fartelo notare, ma ecco, come posso dirlo… C'è qualcosa dentro di te, che voglio trasmettere sulla mia tela.》 《E cosa avrei dentro?》 Sì alzò, lasciando banconote e monete tintinnare sul bancone di marmo. 《Lo scoprirai, se accetterai.》 Ligea fissò il denaro che aveva lasciato. 《Sai che non ho bisogno che tu mi offra da bere.》 《Lo so. Vedilo come un omaggio "alla mia musa ispiratrice".》 《Capito. Allora fammi sapere, penso ne uscirebbe qualcosa di accattivante... dopotutto sei una modella. Ma non è solo quello, è che... c'è qualcosa dentro di te. Qualcosa che vorrei intrappolare nella tela.》 《E sarebbe?》 《Accetta e lo scoprirai.》 Ligea fissò il denaro che aveva lasciato. 《Sai che non c'è bisogno che tu mi offra da bere.》 《Vedilo come un tributo alla mia musa.》 Naturalmente nel dialogo, ancor più che nel discorso indiretto, è importante conoscere i propri personaggi. Per questo non posso modificare le tue battute più di tanto: non conosco abbastanza il tuo pittore per sapere se userebbe espressioni più ricercate, per esempio. Posso farmi un'idea dal testo, ma non sono io l'autore. Al di là di questo, forse l'avevo già fatto (se tendo a ripetermi mi spiace ) ma consiglio di leggere il "re" dei dialoghi, Elmore Leonard, in romanzi come La scorciatoia e Jackie Brown, ma in generale tutti i suoi lavori penso vadano bene per farsi un'idea. L'unico aspetto su cui lo bacchetterei (se fosse ancora vivo) è che talvolta esagera con botta e risposta troppo lunghi, rischiando l'effetto "teste parlanti".Un'altra personalità famosa che ha parlato bene dei dialoghi e che è molto critica (tanto da litigare spesso sul set con gli sceneggiatori) è l'attore Edward Norton. Ti consiglio caldamente di vedere, se non l'hai già fatto (se no riguardalo), il film Birdman, in cui praticamente Norton, tramite il suo personaggio, esprime le proprie osservazioni personali sui dialoghi nella recitazione e su come essi suonino spesso troppo artificiosi perché pieni di parole inutili. Ciò che dice però non è esclusiva di cinema e teatro, ma si può applicare anche allo scritto. La regola "evita parole inutili" è molto importante nel discorso indiretto, ma diventa un sacro comandamento in quello diretto. Spero di esserti stato utile! Askar. ![]() Ho letto giusto ieri e ho riletto anche oggi per assorbire meglio queste informazioni. Non ho molto da dire, anche perché mi trovo d'accordo su tutto. Una cosa infatti anche su cui avevo difficoltà nei dialoghi è dare un'idea del luogo mentre i personaggi parlano: mi sbilancio tra creare troppo distacco tra i dialoghi (descrizione troppo lunga tra battuta e l'altra)oppure concentrandomi troppo su di essi, con l'effetto "Matrix" del quale appunto parli. Per le letture sto leggendo al momento Glenn Cooper che mi pare avessi consigliato nei tuoi saggi di scrittura creativa, che ho letto per reperire qualche consiglio. Per il resto grazie per le letture e film consigliati. Soprattutto i consigli sul testo e che apprezzo sempre molto leggere. Per me molto interessante, cattivello. Passi senza soluzione di continuità dal'essere "aulico" all'essere moderno, come linguaggio. Bella atmosfera, il che per me conta molto, sempre. Grazie, mi fa piacere ti sia piaciuto. |